Unione Sportiva Remiera Francescana

21-04-201 "Le attività della Primavera 2014..."

Raid Venezia - Caorle (alias la Caorliade)

sabato 2 ottobre 2010

Su Venezia sorge un’alba livida. Le previsioni meteorologiche sono buone e parlano di una giornata di sole, ma sembra che le tante nuvole presenti in cielo, grigie e basse, non ne siano state informate.
In una decina di case veneziane, uomini taciturni e concentrati consumano, in silenzio, un’abbondante colazione. I loro gesti sono misurati, precisi, essenziali. Il loro pensiero è rivolto all’immediato futuro, alle prossime ore, al fine settimana appena iniziato.
Giunge l’ora di uscire. Alcuni di questi uomini prendono commiato dai figli, salutano le mogli. Silenzio, pochi gesti. Il momento non richiede discorsi; sarebbero superflui e suonerebbero artificiali, forzati.
Escono di casa, avendo nella mente l’eco, vaga e lontana, di una famosa canzone di Pierangelo Bertoli, dedicata agli uomini che si guadagnano la vita andando per mare. Per pura scaramanzia, canticcchiano mentalmente il ritornello, in cui la moglie del pescatore rivolge un’esplicita ed accorata preghiera a Dio [“Dimmi dimmi, mio Signore / dimmi che tornerà / l’uomo mio difendi dal mare /dai pericoli che troverà / ..”].
Poco dopo le 6, Venezia annota pigramente la presenza, nelle sue calli, sui suoi ponti, nei campielli e sui vaporetti, di uomini vestiti in rosso e bianco. Le persone che li vedono non si soffermano più di tanto a guardarli. Loro passano quasi inosservati, anonimi. Raramente le grandi imprese nascono accompagnate dal suono della fanfara e dallo sventolio di bandiere e fazzoletti.
In realtà, un eventuale osservatore meno distratto coglierebbe, negli occhi di questi uomini, una luce di fredda determinazione. Noterebbe uno sguardo inconfondibile, quello che nasce da un ben noto miscuglio di sentimenti e stati d’animo: consapevolezza dell'enormità dell'imminente impresa e, al tempo stesso, serena fiducia nei propri mezzi, accompagnate da quel pizzico di giovanile esuberanza, di genuino entusiasmo e di incosciente follia, senza il quale il Capo di Buona Speranza non sarebbe mai stato doppiato ed il continente americano non sarebbe stato scoperto.
Gli uomini vestiti in rosso e bianco raggiungono alla spicciolata la loro destinazione: il magazzino, all’interno dell’Arsenale di Venezia, che ospita il cantiere e la sede della prestigiosa Unione Sportiva Remiera Francescana.
L’appuntamento è stato fissato per le 7.30. Non tutti sono puntuali.
A mano a mano che arrivano, i prescelti si mettono al lavoro. Qualche cenno di saluto, rapido fin quasi ad apparire furtivo, poche parole. Le loro menti sono interamente concentrate sull’ammiraglia della società, il Gondolone, la prestigiosa diesona, dominatrice della Laguna di Venezia, esploratrice del Brenta e del Sile e già protagonista, nel passato, di imprese sportive di grande livello e di assoluto rilievo.
La fredda, lucida ed efficiente pianificazione dei giorni precedenti non tarda a produrre i suoi risultati: in una manciata di minuti i remi sono collocati in barca, le forcole sono montate ai loro posti, i bagagli e le borse con acqua e cibo sono caricati sulla barca d'appoggio.
Alle 8:00 l’orologio del count down, sapientemente inserito nel sito Internet della Remiera Francescana, arriva a 0: per questi moderni argonauti scocca l'ora X, quella che dà il via al nuovo D-day, il dì fatale dello sbarco a Caorle.

Il Fato, tuttavia, ama giocare strani scherzi agli uomini. Pare, anzi, che talvolta Egli si accanisca proprio contro i più meritevoli, i più coraggiosi, gli eroi.
Un paio di uomini vestiti in rosso e bianco sono in ritardo. Hypnos, il Sonno, antica divinità greca, notoriamente capricciosa e maligna, ha impedito ai loro occhi di aprirsi per tempo. Egli ha, tuttavia, perso la sua battaglia, perché, dando prova di tutta la loro forza d’animo, le sue vittime hanno saputo reagire e giungere comunque al cantiere.
Giuseppe Vianello, Presidente dell’Unione Sportiva Remiera Francescana e, per l’occasione, Gran Sacerdote e Maestro di Cerimonia, raccoglie intorno a sé i suoi compagni. Animati da spirito apotropaico e dal sincero desiderio di assicurarsi il favore dei celesti, gli atleti compiono il sacrificio rituale, immolando una coppia di bianchi tori a Giove, signore dell’Olimpo e padre di tutti gli dèi, a Nettuno, signore del Mare, e ad Eolo, dominatore del Vento. Le carni dei due animali vengono distribuite tra tutti i componenti della spedizione ed ognuno riceve la sua giusta razione di vino e miele. Giuseppe Vianello pronuncia una breve preghiera all’indirizzo dell’Olimpo e tutto è pronto.
Alle 8:17 il Gondolone dell’Unione Sportiva Remiera Francescana salpa: lascia il cantiere e, abbandonato il canale delle Galeazze, compie il suo trionfale ingresso in laguna.

Questa la formazione di partenza:


Emilio
Vianello
a prua

Davide
Baston
remo n. 2
Maurizio
Concina
remo n. 3
Marco
Mezzaroba
remo n. 4
Antonio
Ravagnan
remo n. 5
Marco
Ribaldone
remo n. 6
Pierluigi
Zilli
remo n. 7
Antonio
Contento
remo n. 8
Giuseppe
Vianello
in sentina

 

Saldo in poppa, abile ed esperto nocchiero, rotto ad ogni esperienza in mare ed in terra, pronto a guidare la spedizione con mano sicura, volontà inflessibile, spirito retto e animo equo, Eugenio Zennaro.

Renato “il bel Renè” Volpato è al timone della barca d’appoggio.

 

L’impresa da compiere comprende anche il gemellaggio della prestigiosa Unione Sportiva Remiera Francescana con il Gruppo Sportivo Voga Caorle. In quest’ottica, per sottolineare l’affinità elettiva e la corrispondenza di amorosi sensi tra le due società, si è stabilito che un rappresentante del Gruppo Sportivo Voga Caorle, Giorgio Valente, si unirà alla spedizione per dare il suo contributo sui remi del Gondolone.

Dopo aver annusato a lungo l’aria, Eugenio Zennaro, con sguardo limpido e lungimiranza infallibile, traccia la rotta: dall’Arsenale di Venezia il Gondolone si muoverà lungo il Canale delle Navi, prima, e lungo il Canale dei Marani, dopo, per giungere alle isole di Sant’Erasmo e del Lazzaretto Nuovo. Lì, imboccherà il Canale di Sant’Erasmo e lo percorrerà fino alla fine, quando, poco prima dell’isola di San Francesco nel Deserto, volterà stagando la prua verso Treporti.

All’imbocco del Canale Pordelio attende il prode Giorgio Valente, il quale monta atleticamente in barca. Gli cede il remo Maurizio Concina, che si sposta al posto n. 5. A sua volta, Antonio Ravagnan passa al remo n. 4 e Marco Mezzaroba si colloca in sentina, pronto agli ordini del poppiere Zennaro ed a lui ancillare. Giuseppe Vianello si trasferisce sulla barca d’appoggio, da dove sorveglia l’operato dei suoi uomini.
Da quel momento, inizia un’autentica cavalcata delle Valchirie, che vede il Gondolone, spinto dall’azione simultanea, efficace ed implacabile, di dieci remi, quasi volare sull’acqua. I vari corsi d’acqua (Canale Pordelio, fiume Sile, Canale Cavetta, fiume Piave, Canale Redevoli) vengono solcati a grande velocità. L’acqua si apre e si richiude sotto la potente spinta delle pale dei remi, le onde così sollevate si infrangono sulle fondamenta e sulle sponde, la larga scia del Gondolone si ricompone e scompare.
Nettuno, dio del Mare e signore delle acque, sorride compiaciuto ed accarezza con sguardo benevolo questi suoi figli vestiti in rosso e bianco. Mortali, certo, ma tanto simili agli dèi dell’Età dell’Oro.
L’acqua non può conservare le tracce di questo passaggio, ma le località che hanno visto la scia del Gondolon non saranno mai più le stesse.


I francescani incontrano sul loro percorso acqueo una chiusa e due ponti molto bassi. L’efficienza della loro preparazione tecnica e logistica ha agevolmente ragione di questi potenziali ostacoli: la chiusa viene aperta dalla persona a ciò preposta, imperiosamente convocata a colpi di telefono dal Presidente Vianello, mentre il Gondolone, inclinato a lài dal peso degli atleti, che, a tale scopo, si muovono con silenziosa efficienza e magica sincronia, passa, sicuro ed integro, sotto ai due ponti.

 

 

Dopo quattro ore e quarantasette minuti di voga quasi ininterrotta, il Gondolone giunge a Cortellazzo, dove il ristorante Al Gambero ha meritato l’indiscusso privilegio di nutrire i protagonisti di questa impresa.
Qui, gli uomini vestiti in rosso e bianco vengono accolti con gentilezza, ma subiscono l’energico assalto di antipasti misti di mare, bis di primi con risotto e tortelli, grigliata di pesce e sgroppino. La loro preparazione, tuttavia, è stata scientifica e ha riguardato ogni aspetto ed ambito di operatività. Al pari delle loro menti, i corpi degli uomini vestiti in rosso e bianco sono in piena efficienza. Gambe, schiene e braccia hanno indefessamente lavorato fino a quel momento; nel ristorante Al Gambero, esse lasciano il campo a mandibole, denti e stomaci, i quali, repentinamente chiamati al conflitto e catapultati in prima linea, si coprono di gloria, annientando senza pietà il nemico che ha osato pararsi loro di fronte.
Il “bel Renè”, memore delle rigide regole che, nei tempi antichi, governavano l’ospitalità e la rendevano sacra, si cimenta in un baratto, consegnando al proprietario del ristorante uno dei libri a firma di Marco Mezzaroba, stampati per celebrare il trentennale dell’Unione Sportiva Remiera Francescana, e scambiandolo con una bottiglia di grappa. L’opima spoglia, così conquistata, viene collocata sulla barca d’appoggio.

Ripartenza intorno alle 14.30. Il Gondolone è ora guidato a prua da Giorgio Valente ed a poppa da Marco Mezzaroba, subentrato al nocchiero Zennaro ed incline, mercé le abbondanti libagioni, al bel canto.
Dopo altre due ore e undici minuti di voga, i protagonisti del viaggio giungono a Caorle, davanti alla sede del Gruppo Sportivo Voga Caorle. Qui, accolti con grida di benvenuto, esclamazioni di gioia, panini, tramezzini e libagioni alcoliche, danno un’altra prova della loro spietata e quasi meccanica efficienza, disarmando nel volgere di pochi minuti la loro ammiraglia e ricoverandola per la notte.

 

Segue la toccante e pacifica cerimonia del gemellaggio, nel corso della quale Giuseppe Vianello consegna una targa commemorativa agli amici del Gruppo Sportivo Voga Caorle e questi ultimi ricambiano il dono con una forcola in miniatura, collocata su piedistallo. Sopraggiunge anche l’Assessore allo Sport del Comune di Caorle, il quale esprime le sue più sentite e sincere felicitazioni per l’iniziativa del raid remiero e ha parole di grande ed entusiastico apprezzamento per l’operato, negli anni, del Gruppo Sportivo Voga Caorle.

   

Terminate le cerimonie ufficiali, gli uomini vestiti in rosso e bianco raggiungono finalmente l’albergo prenotato per loro, l’Hotel Cleofe . Una rapida doccia, un cambio d’abiti per indossare la tuta e subito tutti al Ristorante La Fattoria.
Anche in questo caso il menu è roba da professionisti. I seguaci del poverello d’Assisi, tuttavia, abituati ad ogni forma di combattimento, incluso il corpo a corpo, non cedono di un millimetro e si coprono d’onore, ripulendo tutti i non pochi piatti che vengono loro serviti. Durante la cena, il tono della conversazione è elevatissimo, sinanco aulico. Si disserta di filosofia, poesia ed arti figurative.
La giornata si conclude con una passeggiata lungomare.

Notte tra sabato 2 e domenica 3 ottobre 2010

A dimostrazione che i sacrifici propiziatori sono stati utili e che gli dèi amano coloro che li onorano, nella notte si verifica un avvenimento soprannaturale.
Teatro dell’evento è la stanza occupata da Davide Baston e Marco Mezzaroba (da cui provengono per ore rumori strani, forti e sgradevoli. La mattina successiva qualcuno paragonerà tali rumori a quelli prodotti da un branco di cinghiali selvatici della Maremma, sfuggiti al controllo dei Butteri e lanciati nel parossismo di una fuga selvaggia). Quest’ultimo, infatti, ha una visione: gli appare in sogno una splendida ninfa, serva di Nettuno, la quale, in assoluto silenzio e brandendo il tridente del dio, indica con un gesto la via del Mar Adriatico.

Domenica 3 ottobre 2010

Alle 7 gli uomini vestiti in rosso e bianco sono già impegnati in un’abbondate prima colazione. Anche in questo caso non merita scendere nei dettagli. Si dirà solo che la proprietaria dell’Hotel Cleofe, signora di squisita gentilezza e di grande disponibilità, assiste muta ad uno spettacolo che, per certo, racconterà molte volte negli anni a venire, raccogliendo intorno a sé, davanti ad un grande camino e ad un generoso fuoco scoppiettante, gli attoniti ed increduli, ma affascinati, figli, nipoti e pronipoti.
Al tavolo della prima colazione viene adottata una decisione di natura straordinaria. Una di quelle decisioni che cambiano, per sempre ed in modo definitivo, il corso della Storia. Mezzaroba riferisce ai compagni della ninfa apparsagli in sogno durante il rumoroso sonno ed il nocchiero Zennaro non ha dubbi nell’interpretazione: poiché la spedizione gode del favore dei Celesti e ha la benedizione degli dèi, gli uomini vestiti in rosso e bianco prenderanno la via del mare.
La prospettiva è di quelle che fanno tremare le vene dei polsi, ma Vianello ed i suoi non hanno dubbi circa la loro preparazione. Il gusto per l’avventura, l’amore per le sfide ai limiti della resistenza umana, lo spirito di squadra ed il senso di appartenenza fanno il resto. Navigare necesse est: il Gondolone volgerà la prua verso Venezia via mare, attraverso il Mare Nostrum. Alea iacta est!

Raggiunto il cantiere del Gruppo Sportivo Voga Caorle, i moderni argonauti armano in pochi minuti il Gondolone. La formazione è la stessa che ha trionfalmente concluso la vogata del giorno prima. Unica differenza: Giorgio Valente ha lasciato il posto a Davide Gusso, un giovane e promettente atleta, socio del Gruppo Sportivo Voga Caorle ed iscritto anche all’Unione Sportiva Remiera Francescana. Per affrontare la via del ritorno, l’equipaggio indossa la maglietta celebrativa del trentennale di fondazione della remiera.
Una caorlina della locale remiera, dall’accattivante nome di “Nonna Gigia”, accompagna e quasi scorta il Gondolone per il primo tratto del percorso. Le due imbarcazioni escono insieme in Adriatico ed affrontano fianco a fianco il primo tratto di mare.

Salutati gli amici di Caorle, i veneziani ingranano la marcia e spingono il Gondolone a velocità fino a quel momento impensabili. A prua, Antonio Ravagnan, con la forza e la determinazione che hanno sempre contraddistinto le sue imprese sportive, impone il ritmo. A poppa, Eugenio Zennaro , prima, e Marco Mezzaroba, poi, tracciano con mano sicura ed esperta la rotta. Tra la prua e la poppa, otto atleti in forma olimpica fanno volare la loro diesona, raggiungendo il picco di ben 11,5 km / h.

Il Gondolone giunge all’altezza di Cortellazzo, dove gli eroici vogatori disdegnano, alla stregua di una bagatella puerile, la via per guadagnare la riva e le vie d’acqua interne ed optano per proseguire via mare. Mezzaroba, fedele al monito della ninfa che ha animato la sua notte, incita i compagni ricorrendo alle parole immortali parole del sommo Poeta: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Dante, Inferno, Canto XXVI).
Il momento è chiaro nelle menti di tutti: o si fa la Storia o si muore.

La traversata del Gondolone prosegue inarrestabile fino all’altezza di Cavallino. E’ il momento di rientrare all’interno per proseguire lungo fiumi e canali. Il Gondolone viene raggiunto ed accerchiato da numerose moto d’acqua, che, imitando il tipico atteggiamento dei predatori, si esibiscono in un macabro girotondo intorno alla barca a remi. Gli odierni arsenalotti, saggiamente consigliati dal poppiere del momento [Marco Mezzaroba, che regala con nonchalance ai compagni una perla: “Non date loro confidenza e, se si avvicinano, allontanateli a colpi di remi”], assistono freddi ed impassibili a questa sciocca esibizione. Reagiscono solo dopo alcuni minuti, con Antonio Contento ed Eugenio Zennaro, i quali, splendidi nella loro virile nudità, si tuffano in mare e nuotano a fianco della barca.
Tanto basta. I centauri del mare comprendono la natura e la tempra dei loro antagonisti e sgombrano il campo. La prova di forza è vinta, i motonauti sono stati surclassati. Zennaro e Contento risalgono a bordo del Gondolone. Qualcuno afferma che Contento avrebbe addirittura camminato sull’acqua. Il momento, tuttavia, non è stato documentato fotograficamente e l’affermazione di cui dianzi non è, quindi, suscettibile di essere dimostrata

Da Cavallino a Ca’ Vio Treporti la navigazione è tranquilla: le vogate potenti e l’azione perfettamente sincronizzata dei dieci vogatori spingono rapidamente il Gondolone verso la sua destinazione.
Ancora una volta, tuttavia, qualche maligna divinità si diverte alle spalle di questi impareggiabili atleti. Per effetto di malevole illusioni ottiche, il ristorante scelto sulla via del ritorno sembra spostarsi via via che il Gondolone si avvicina. Anche il valente ufficiale di rotta, Maurizio Concina, sembra a tratti preda di qualche visione e, ad ogni ansa del canale, proclama raggiunta la meta. Ma l’invidia degli dèi nulla può contro la determinazione e la forza dei valorosi vogatori agli ordini di Zennaro (ed ai quali il giovane Gusso, capovoga, impone il ritmo disumano di 36 / 28 vogate al minuto) ed alfine il traguardo è raggiunto.
Al Ristorante da Gino gli uomini vestiti in rosso e bianco, moderni semidèi, rivitalizzano i loro tessuti ed i loro organi interni con nettare ed ambrosia.
Il Gondolone riparte con una formazione rimaneggiata: Giuseppe Vianello sale a bordo al posto del figlio Emilio e Marco Mezzaroba cede il passo al giovane Demian Maschietto.
L’ammiraglia dell’Unione Sportiva Remiera Francescana – che ora può contare anche sull’impagabile esperienza del suo Presidente – prosegue fino a Treporti e poi entra in laguna, dove, costeggiando Sant’Erasmo e passando davanti all’isola del Lazzaretto Nuovo, giunge all’Arsenale

L’unica annotazione di questa ultima parte di tragitto riguarda la preoccupazione per la barca d’appoggio. Con a bordo il “bel Renè”, Emilio Vianello e Marco Mezzaroba, infatti, l’imbarcazione scompare dai radar e dai sonar. I francescani non la vedono più. In modo spontaneo ed immediato, il pensiero corre subito all’Olandese Volante [la famosa nave agli ordini di Hendrik Vanderdecker, che, nell'anno 1680, fece vela da Amsterdam per Batavia, nelle Indie Olandesi. La nave scomparve nell’oceano, vittima di un naufragio mentre tentava la disperata impresa di doppiare il Capo di Buona Speranza. Venne successivamente avvistata nell'anno 1835 dal comandante e dall'equipaggio di una nave inglese, nel 1881 dalla nave inglese "Baccante" e, infine, nel marzo del 1939, sulla spiaggia di Glencairn, in Sudafrica].
Il ricongiungimento con la barca d’appoggio avviene nel cantiere dell’Unione Sportiva Remiera Francescana, dove gli uomini vestiti in rosso e bianco giugno alle 16.15.

L’accoglienza è festosa, addirittura trionfale. Gli uomini vestiti in rosso e bianco innalzano il pena della vittoria, mentre le mogli ed i figli degli eroici vogatori si lanciano nella rituale danza di ringraziamento. Abbondanti le libagioni e numerosi i brindisi. Strette di mano, pacche sulle spalle, parole di congratulazioni. Fiumi di prosecco bagnano il ritorno di questi eroi omerici dalle Colonne d’Ercole. Un brindisi speciale è tributato all'ufficiale di rotta, Maurizio Concina, che, per tutti, si è brillantemente gravato del fardello dell'organizzazione.

Su Venezia si allungano le ombre di uno splendido tramonto. Il sole va a dormire e lascia il campo alla luna. Questa, dall’alto, osserva le case degli uomini vestiti in rosso e bianco. Sulle sue labbra affiora il sorriso della consapevolezza delle grandi imprese, idonee ad incidere un punto fermo nelle pagine della Storia; nei suoi occhi brilla la benevolenza verso quei mortali, che hanno la statura morale e fisica di compierle.

 

I componenti la spedizione

 

Seduti da sinistra: E. Zennaro, D. Baston, M. Mezzaroba, D. Maschietto, D. Gusso, A. Contento, R. Volpato, M. Ribaldone.

In piedi da sinistra: A. Ravagnan, E. Vianello, P. Zilli, F. Maschietto, G. Vianello, M. Concina.

 

Il percorso (km 110,578 in 13h e 2m)

Andata (Km 56,400 in 6h e 58m)   Ritorno (Km 54,178 in 6h e 4m)
     
 
     
L'articolo del Gazzettino del 1.10.2010   Tutte le foto